L’Italia che vorrei

Questa lettera è stata pubblicata sul manifesto di venerdì 8 aprile 2016.

L’intervento di Piero Bevilacqua sul Manifesto del 2 aprile che trae spunto dal riconoscimento della rivista Fortune a Mimmo Lucano, sindaco del Comune di Riace, ha messo ancora una volta l’accento sull’immigrazione come risorsa; una opportunità, dunque, e non una minaccia, che nasce mettendo insieme con semplice lungimiranza l’analisi dei bisogni del territorio, l’emergenza migranti e la crisi economica e occupazionale. Vale la pena di ricordare che sul tema intervennero lo stesso Bevilacqua, Tonino Perna e Alfonso Gianni (maggio 2015) e che il 29 settembre 2015 fu lanciato un appello a più voci, ma che una concreta e robusta iniziativa in tal senso non si è ancora vista. Eppure, mettere in sinergia competenze e forza lavoro con grandi bisogni strutturali ha spesso rappresentato una via di uscita anche per gravi momenti di depressione economica: ad esempio negli anni ’30, negli USA, la Tennessee Valley fu l’emblema di un grandioso risanamento territoriale attraverso il coinvolgimento di una cospicua forza lavoro. In luoghi più vicini a noi, si rammenta l’epopea degli “scariolanti” ravennati che vennero (1884) da Ravenna a fare la bonifica di Maccarese, Ostia e Porto, anche incoraggiati  da Andrea Costa che sostenne quell’avventura ritenendo che potesse rappresentare un’occasione per dei lavoratori di esprimersi e organizzarsi con autonomia. Sotto altri aspetti più similari all’attuale situazione dei siriani, non è stato così inquietante, come si temeva allora, l’1,3 milione di “boat people” vietnamiti e indocinesi che affluirono negli USA nel 1976 dopo la fine della guerra; anzi, a distanza di anni, si sono rivelati la comunità più capace – fra quelle immigrate – di creare reddito, seppure più debole sotto il profilo dell’integrazione scolastica e linguistica. Per muoversi in analogia sarebbe quindi necessario prendere ad esempio le esperienze locali di eccellenza come Riace e farle diventare un progetto-Paese. Ma occorre  una visione di sistema che metta insieme a livello nazionale: 1- la pratica dei corridoi umanitari (sviluppandola oltre le emergenze sanitarie), 2-gli investimenti pubblici intorno agli obiettivi prioritari del Paese (ma qualcuno ha in mente “un’Italia che vorrei?”; viene da dubitarne) e 3-l’organizzazione delle competenze e della forza lavoro, straniera e italiana. Al momento, invece, ci si accontenta di risolvere il problema parcheggiando in Turchia gli sgraditi migranti. E questo lo si fa senza alcun progetto sulle loro competenze e sulla loro umanità e senza alcuna garanzia di rispetto dei diritti umani elementari (per esempio, in Turchia sarà garantita la scuola ai loro bambini?). Invece è mettendo in correlazione i diversi problemi sul tappeto e le relative ipotesi di soluzione che potremo dare risposte concrete ai drammi di rifugiati e migranti e ai nostri bisogni strutturali, come – appunto – il degrado e l’abbandono del territorio. È vitale che – come leader o cittadini – ci facciamo interpreti di un tale disegno politico lungimirante e che non ci accontentiamo più della gestione delle emergenze.

Silvio Stoppoloni, Roma

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