Estremismi del Male e del Bene

Tre recenti interventi meritano di essere considerati nella continua e mai risolta riflessione fra Bene e Male. Il primo è quello di Hakan Günday, scrittore turco autore del romanzo Ancòra (Daha in turco, cioè la spesso unica parola conosciuta dai profughi per implorare un po’ d’acqua o di cibo, ed. Marcos y Marcos, pp. 492, 18,00€). Il protagonista è Gaza, un bambino figlio di un trafficante che – senza possibilità di scelta – è stato “educato” al male e al cinismo attraverso il suo incarico di “custodire” in cisterne sotterranee i migranti i quali attendono i barconi che li traghetteranno verso l’Europa. La rana di carta che un rifugiato afgano gli ha regalato costituirà “il solo elemento di innocenza” (M. Ansaldo, Salvate l’innocenza della mia Turchia, la Repubblica, 2 febbraio 2016, p. 41) su cui può contare, lui, cui il ruolo di “mostro” è stato assegnato fatalmente dalla casualità delle proprie origini (Cfr. oltre alla citata recensione di Ansaldo, anche Marc Semo, su Libération, in Internazionale 1138, 29 gennaio 2016, p. 81).

Il secondo è un pezzo di Tzevatan Todorov (Qual è il vero volto dei nostri nemici, la Repubblica, 25 gennaio 2016, p. 27) il quale torna sul fatto che quella del nemico appare essere una figura indispensabile nelle dinamiche politiche e nelle relazioni fra popoli ed etnie e che, in tale contesto, “il totalitarismo è un manicheismo che divide la popolazione terrestre in due sottospecie che si escludono a vicenda e incarnano il bene e il male, e di conseguenza anche gli amici e i nemici”. Di conseguenza, il nemico è spesso identificato con una popolazione specifica: è stato il caso degli ebrei [ndr] e ora è il caso degli “immigrati dai Paesi poveri, i musulmani”. “L’effetto di queste affermazioni è di instillare nella popolazione un sentimento di paura, e dunque di stimolare un numero importante di elettori a votare per il partito che promette di far scomparire il nemico”. Un passaggio fondamentale sarebbe non agire in modo da “eliminare i nemici”, ma – invece – darsi il compito “di impedire gli atti ostili”. Dunque dal ‘personificare il male’ a ‘oggettivizzare l’atto’ [ndr].

Il terzo è la recensione di Gustavo Zagrebelsky al libro di Paolo Flores d’Arcais, La guerra del sacro. Terrorismo, laicità e democrazia radicale, Raffaello Cortina pp. 246, € 15,00) nella quale afferma che “l’integrazione è l’obbiettivo, ma l’obbiettivo si può perseguire in autonomia solo con l’interazione. Prima o poi non saremo più gli stessi. Di questo possiamo essere certi. Si tratta di sapere se ci arriveremo in mezzo a conflitti o, invece, con la disponibilità delle culture a entrare in rapporto. (…) Si tratta di promuovere l’interazione, nella convinzione ch’essa aiuti la conoscenza reciproca e la convivenza reciproca”.
Cosa ci possono insegnare questi tre recenti interventi?

La prima cosa è che può esistere uno “sprazzo di umanità” anche in colui che rappresenta il peggiore nemico. La sua ostilità può essere motivata da “umiliazione, ingiustizia subita, collera o da sogni di potenza oppure essere il risultato di ignoranza”. Allora “più che le bombe, ci serve comprendere il suo punto di vista perché questo è il preambolo di ogni lotta contro di lui”.
La seconda è che il “nemico barbaro”, gli “atti mostruosi” e i “personaggi diabolici” nascono piano piano e quindi l’educazione, il rispetto e i progetti lungimiranti possono contrastarne la nascita e lo sviluppo.
La terza è che il multiculturalismo inteso come realtà conviventi ma contrapposte ha respiro breve; servirà piuttosto la ricerca degli elementi ‘universali’ aggreganti capaci di farci ‘interagire’ (più che ‘integrarci’), facendoci apprezzare a vicenda, ma restando al tempo stesso forti e rassicurati nei reciproci tratti identitari.

Per questo avremo sempre di più necessità di quei “mercanti di luce” (coloro che praticano la storia e le scienze umane), “che da ogni nazione ricavano il meglio, i libri, le idee, gli esperimenti, le memorie, i modelli di comportamento, e li trasportano in patria” (Francis Bacon, citato da S. Settis, La memoria necessaria, la Repubblica, 23 gennaio 2016, p. 30).

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